Sindrome dei Balcani: come i tribunali italiani hanno imparato a giudicare l'uranio impoverito quando la scienza non trovava un accordo
Più di 300 veterani italiani che hanno servito in Bosnia e Kosovo e poi si sono ammalati di cancro hanno vinto cause contro il proprio Ministero della Difesa. I loro giudici hanno affrontato la domanda più difficile tra diritto e medicina: come si dimostra cosa ha fatto una particella dentro un corpo? La risposta dei tribunali italiani e perché conta ben oltre l'Italia.
La risposta breve
La sindrome dei Balcani è il nome usato da tribunali e Parlamento italiani per i tumori, in particolare linfoma di Hodgkin e leucemie, riscontrati nei militari che hanno servito in Bosnia, Kosovo e Macedonia del Nord dopo le guerre degli anni Novanta, dove erano state sparate munizioni all'uranio impoverito. Più di 300 veterani o loro familiari hanno vinto cause contro il Ministero della Difesa. I giudici hanno accolto un criterio probabilistico di causalità, mentre le agenzie sanitarie internazionali non hanno confermato un nesso generale.
Salvatore Vacca aveva 23 anni quando morì di leucemia nel 1999, dopo aver prestato servizio in una missione di pace nei Balcani. La sua famiglia ha passato i diciassette anni successivi in tribunale. Nel 2016 la Corte d’appello di Roma ha confermato la condanna del Ministero della Difesa e disposto un risarcimento di oltre 1,5 milioni di euro, ha riferito l’ANSA.
Vacca non era un’eccezione. Più di 300 veterani italiani ammalatisi di cancro dopo il servizio nei Balcani, o i loro familiari, hanno vinto cause contro il Ministero della Difesa, secondo Declassified UK. Gli italiani hanno dato un nome a questa malattia: la sindrome dei Balcani. E i loro giudici, davanti a una questione scientifica che gli esperti non riuscivano a risolvere, hanno costruito qualcosa di insolito: un modo per decidere sulla causalità quando la certezza è impossibile.
Che cos’è la sindrome dei Balcani?
È il nome usato da tribunali e Parlamento per un insieme di patologie, soprattutto tumori come il linfoma di Hodgkin e le leucemie, riscontrate nei militari che hanno operato in Bosnia-Erzegovina, Kosovo e Macedonia del Nord dopo le guerre degli anni Novanta, in aree dove gli aerei NATO avevano sparato munizioni all’uranio impoverito. Molti di questi soldati non hanno mai combattuto. Presidiavano posti di blocco, guidavano camion, lavoravano nelle cucine. Avevano in comune il suolo, l’aria e i relitti intorno a loro.
Le agenzie sanitarie internazionali non hanno confermato un nesso generale tra uranio impoverito e cancro. La prima commissione governativa, presieduta nel 2001 dall’ematologo Franco Mandelli, rilevò più casi di linfoma di Hodgkin del previsto tra i veterani dei Balcani, ma non li attribuì all’uranio impoverito. Il diritto, però, non aspetta il consenso scientifico. Deve decidere i singoli casi.

Come l’uranio entra nel corpo
I tribunali sono partiti dalla scienza dell’esposizione. Quando un proiettile all’uranio impoverito colpisce un bersaglio duro, una parte brucia e si frantuma in particelle fini. In una sentenza del 2011, il Tribunale civile di Roma (n. 13617/2011) ha descritto cosa accade dopo. Circa il 75% dell’uranio inalato viene espirato direttamente e circa il 25% resta nei polmoni o nelle vie aeree superiori. Le particelle più fini si depositano in profondità nei bronchi e negli alveoli. Gran parte di ciò che si deposita viene rimosso verso l’alto e deglutito, e l’intestino ne assorbe solo una piccola quota. Circa il 90% dell’uranio inalato o ingerito lascia il corpo con le urine entro tre giorni. Ciò che resta si distribuisce in ossa, reni, fegato, polmoni, grasso e muscoli.
È la parte rassicurante della scienza, ed è per questo che le agenzie descrivono spesso il rischio come basso. La parte preoccupante è il resto: particelle insolubili che restano nei tessuti per anni, emettendo radiazioni alfa a distanza ravvicinata e agendo come metallo pesante tossico.
Le prove nei tessuti
Qui i tribunali italiani si sono affidati a un tipo di prova divenuto centrale nel dibattito: la microscopia elettronica dei tessuti dei pazienti. La ricercatrice Antonietta Gatti ha esaminato biopsie di militari malati e deceduti, riportando micro e nanoparticelle di metalli pesanti che, a suo dire, non potevano derivare dall’inquinamento ordinario.
Nella sentenza n. 60/2016, divenuta definitiva dopo l’appello, il Tribunale di Firenze ha descritto i suoi risultati: sfere esogene di circa 800 nanometri contenenti ferro, alluminio, rame, zinco e cloro, che secondo lei corrispondevano alle particelle descritte alla fine degli anni Settanta in uno studio per l’aeronautica statunitense sugli effetti delle munizioni all’uranio impoverito. Il giudice ha scritto che, alla luce di queste prove, «la probabilità diventa quasi certezza». Il TAR Lazio (n. 7777/2014) è andato oltre nel caso di un militare che aveva solo maneggiato veicoli rientrati dai Balcani: secondo le relazioni dei medici Celli e Gatti, le particelle nel suo corpo non si spiegavano se non con l’inalazione di polveri di armi o veicoli usati dove era stato sparato uranio impoverito, unica alternativa il lavoro in un altoforno privo di ventilazione.

I critici osservano che queste particelle dimostrano un’esposizione a polveri metalliche, non necessariamente all’uranio, e che l’analisi delle particelle nei tessuti non è un metodo diagnostico standardizzato. L’obiezione è legittima, ed è proprio per questo che il passo successivo dei tribunali è stato decisivo.
Il criterio probabilistico
I giudici italiani non hanno sostenuto di aver dimostrato che l’uranio abbia causato ogni singolo tumore. Hanno cambiato la domanda. Con la sentenza n. 1661/2021 il Consiglio di Stato ha affermato che in casi delicati come questi è sufficiente che l’interessato dimostri l’insorgenza della malattia «in termini probabilistico-statistici», poiché non sempre è possibile accertare un nesso causale diretto, e che l’onere passa allora all’amministrazione, che dispone dei dati su dove e come il militare ha prestato servizio.
I tribunali civili hanno applicato la regola del «più probabile che non». Con la sentenza n. 11408/2017 il Tribunale civile di Roma ha riconosciuto la responsabilità del Ministero per la morte di un caporale impiegato come cuoco: i soldati erano stati inviati nei Balcani con la sola maschera NBC e una mantella protettiva, equipaggiamento del tutto inadeguato contro le microparticelle disperse nell’aria, e il Ministero non aveva adottato le cautele dovute. I consulenti hanno concluso che l’esposizione indiretta all’uranio impoverito, insieme allo stress da zona di guerra e alle modalità delle vaccinazioni, ha concorso al suo linfoma di Hodgkin. La Corte dei conti per la Toscana (n. 250/2016) è giunta a una conclusione analoga nella domanda di pensione di una vedova.
Nel 2018 la commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Gian Piero Scanu ha definito «sconvolgente» l’esposizione delle truppe italiane e accusato i vertici militari di «negazionismo», anche se uno degli esperti citati, Giorgio Trenta, ha pubblicamente respinto la lettura che la commissione aveva dato della sua audizione.
Europa, Medio Oriente e America
L’Europa ha prodotto il quadro giuridico più solido. L’Italia è in testa, e nel 2019 una corte di Rennes, in Francia, ha stabilito che la morte per cancro di un capitano era dovuta alle polveri di uranio impoverito in Kosovo.
Il Medio Oriente ha l’esposizione maggiore e i tribunali più deboli. In Iraq sono state sparate oltre 400 tonnellate e quasi nessun civile è mai arrivato davanti a un giudice.
L’America ha indennizzato i veterani per alcune malattie con programmi amministrativi, mentre le posizioni ufficiali continuano a descrivere l’uranio impoverito come un rischio basso.
Perché la Serbia legge queste sentenze
Le sentenze italiane sono raccolte in Projektili pravde (2024), libro del dott. Srđan Aleksić, avvocato di Niš che rappresenta ricorrenti serbi nelle cause sull’uranio impoverito; questo ruolo va tenuto presente nel leggere le sue conclusioni. Il suo argomento è semplice: se un tribunale italiano accetta che un soldato rimasto per mesi in Kosovo possa essersi ammalato a causa dell’ambiente contaminato, lo stesso ragionamento deve valere per chi vi ha vissuto tutta la vita. Legal Smart segue la questione in Serbia, dall’analisi del tessuto tumorale di un generale alla causa contro la NATO e la sua pretesa immunità.
La sindrome dei Balcani mostra qualcosa di più grande di un’arma. Quando la scienza può descrivere un rischio ma non dimostrare il singolo caso, il diritto ha due strade: pretendere la certezza e lasciare le vittime senza nulla, oppure pesare onestamente la probabilità e porre l’onere su chi detiene le prove. L’Italia ha scelto la seconda. Altri Paesi stanno ancora decidendo.
Domande frequenti
Che cos’è la sindrome dei Balcani?
Un termine usato in Italia per tumori e altre malattie dei militari che hanno servito in Bosnia, Kosovo e Macedonia del Nord, dove è stato usato uranio impoverito. È una nozione giuridica e politica, non una diagnosi medica riconosciuta.
Quanti militari italiani hanno vinto cause sull’uranio impoverito?
Più di 300 veterani o loro familiari hanno vinto cause contro il Ministero della Difesa, secondo Declassified UK.
Quale criterio di prova hanno usato i tribunali italiani?
Un criterio probabilistico. Il Consiglio di Stato (sentenza 1661/2021) ha ritenuto sufficiente dimostrare che la malattia è probabilmente collegata al servizio; i tribunali civili hanno applicato il «più probabile che non».
L’uranio impoverito causa il cancro?
Non è dimostrato come causa generale. OMS e AIEA descrivono il rischio fuori dalle zone d’impatto come basso, ma i tribunali italiani lo hanno ritenuto una probabile concausa in singoli casi.
Come entra l’uranio impoverito nel corpo?
Soprattutto inalando le particelle fini prodotte all’impatto, ingerendo polvere contaminata o attraverso ferite. La maggior parte viene eliminata in pochi giorni; le particelle insolubili possono restare nei tessuti.
Chi è Srđan Aleksić?
Dottore in giurisprudenza e avvocato di Niš, in Serbia, che rappresenta ricorrenti serbi nelle cause sull’uranio impoverito e autore di Projektili pravde (2024), che raccoglie le sentenze italiane sulla sindrome dei Balcani.
Fonti
- Srđan Aleksić, Projektili pravde, Niš, 2024 (allegato con le sentenze italiane)
- ANSA, L’uranio impoverito ha causato i tumori dei soldati, dice la commissione (7 febbraio 2018)
- Declassified UK, I tribunali accettano il rischio negato dall’esercito (2023)
- OBC Transeuropa, Uranio impoverito: un crimine di Stato
- ICBUW, Sentenza nel caso Salvatore Vacca (2016)
中文摘要:意大利法院与“巴尔干综合征”
在巴尔干地区执行维和任务后患癌的300多名意大利退伍军人,已在法庭上胜诉意大利国防部。意大利法院接受了“概率性”因果关系标准:当无法证明直接因果关系时,只要能证明疾病很可能与服役中接触贫铀颗粒有关即可。
这些判决由塞尔维亚律师、法学博士斯尔詹·阿列克西奇(Dr Srđan Aleksić)收录并分析于其2024年著作《正义的炮弹》(Projektili pravde)。阿列克西奇长期代理塞尔维亚受害者,就1999年北约轰炸中使用贫铀弹的健康后果提起诉讼;该书还专门有一章记述1999年5月7日中国驻南斯拉夫大使馆被炸事件。
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